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The Ballad of Des & Mo

Scritto da on martedì, 10 Gennaio 2012No Comment

Abbiamo voluto iniziare questo nuovo anno di cinema su Romalive con un evento datato ancora 2001, ovvero riattualizzando la proiezione della commedia The Ballad of Des & Mo e il successivo incontro con il regista, essenzialmente per due motivi. Primo, perché l’intrigante happening cinefilo ha avuto luogo nel corso di una manifestazione, l’Irish Film Festa, che in quanto “media partner” abbiamo già sostenuto con grande entusiasmo, sedotti sin dall’inizio dalla possibilità di far conoscere una cinematografia come quella irlandese, forse poco nota in Italia, ma estremamente vitale e in rapidissima crescita. Secondo, perché nella vulcanica personalità del giovane cineasta James Fair abbiamo intravisto i germi di un possibile cinema del futuro. Non è la prima volta che ci confrontiamo con altri addetti ai lavori su temi come il cinema indipendente, l’abbattimento dei costi di produzione, la democratizzazione del mezzo cinematografico, ma come scopriremo a breve le soluzioni adottate da questo genietto che, tra l’altro, insegna Film Technology alla Staffordshire University nel Regno Unito, sono a dir poco radicali. L’anteprima italiana di The Ballad of Des & Mo, avvenuta ai primi di dicembre nella gaia cornice festivaliera della Casa del Cinema, ci ha quindi permesso di scoprire non solo una deliziosa, agrodolce commedia, ma anche e soprattutto un esperimento cinematografico dai connotati straordinari. Cominciamo dalla genesi dell’opera. Il temerario regista irlandese, ospite nel 2010 del Melbourne International Film Festival, si è posto e ha posto ai suoi collaboratori una sfida non da poco, con l’intenzione di replicare il risultato di una analoga prova già brillantemente superata due anni prima, al Galway Film Festival; e cioè approfittare di una importante kermesse festivaliera per girare, montare e portare direttamente in sala un lungometraggio di oltre un’ora, facendo tutto in soli 3 giorni!

Quest’impresa, lo sforzo di completare un film in 72 ore per presentarlo cotto e mangiato a un festival internazionale, potrebbe sembrare a chi non ha visto il prodotto finito una “boutade” da Guinness dei Primati senza eccessive pretese artistiche. Ed invece il “miracolo” si è consumato a tutti i livelli: quella diretta da James Fair, complice anche la bravura dei due protagonisti irlandesi Michael F. Cahill e Kate O’Toole nonché di altri strepitosi interpreti, è una commedia dalle atmosfere rarefatte scritta con intelligenza, girata con grazia e (apparente) semplicità, concepita nel rispetto dell’umanità e nella veridicità dei personaggi. Ne è protagonista una coppia irlandese di mezza età che, ritrovatasi in Australia per festeggiare il proprio anniversario di matrimonio, si trova a vivere una serie incredibile di disavventure che lasceranno i due poverini praticamente senza un soldo, senza il bagaglio smarritosi durante il viaggio, con la prenotazione alberghiera bloccata, in attesa per giunta che il problema subentrato con la loro carta di credito si sblocchi concedendogli di finire la vacanza senza ulteriori ansie. Inanellando “gag” e dialoghi irresistibili nelle diverse scene, girate anche con una certa perizia stilistica, che si susseguono tra la sala d’attesa in aeroporto, i supermercati dove fare la spesa con i pochi soldi rimasti, ed il modestissimo ostello dove i due sfortunati irlandese hanno trovato rifugio, The Ballad of Des & Mo è un’ottima commedia che permette allo spettatore di familiarizzare gradualmente con il differente carattere dei due protagonisti. Torniamo, allora, all’aspetto “miracoloso” della sua realizzazione! Nel raccontarne le varie fasi, il buon James Fair ha messo sempre in luce alcune novità interessanti, tese peraltro a mettere in discussione la necessità di conformarsi a certi standard produttivi, imposti dal sistema hollywoodiano, ed anche la centralità del regista, intesa come “autore” nell’accezione un po’ stantia condivisa dai più. Fair ha infatti inteso il suo ruolo più che altro alla maniera di un demiurgo, che non imponesse la sua visione in tutto e per tutto, ma facesse funzionare al meglio le risorse creative e il bagaglio tecnico dell’intera troupe. Volendo noi sottolineare alcune peculiarità di questa brillante commedia, il soggetto è del regista stesso ma è stato poi lavorato nell’arco di poche settimane, in una specie di “brain storming” congiunto e ramificato, avvenuto prima all’interno di un laboratorio universitario e poi attraverso il confronto, via mail, con altri professionisti situati in svariate città europee. Da questo primo lavoro collettivo è nata la sceneggiatura con cui Fair e la sua troupe, riducendo al minimo le spese di produzione (“sul budget ha inciso quasi solo il nostro spostamento in aereo, perché arrivati in Australia abbiamo risparmiato persino sui pasti, che effettivamente non sono stati un granché!”, ha raccontato il regista), si sono presentati ai blocchi di partenza, in quel di Melbourne. Lì il film-maker irlandese ha imposto sul set una serie di regole, tra cui il vincolo di non effettuare più di tre riprese per ciascuna scena. Tutto ciò mentre una piccola crew di montatori cominciava a ricevere il girato e a lavorarci su, in attesa di una revisione finale da parte del regista, che sarebbe avvenuta giusto poche ore prima della proiezione pubblica. In definitiva l’impressione è che quanti erano sul set non abbiano dormito tantissimo, ma la riuscita finale del grazioso e intelligente lungometraggio, ben accolto al festival che li aveva invitati, ha saputo ampiamente ricompensare l’impegno di tutti. Eccoci, pertanto, di fronte ad un nuovo e strabiliante miracolo irlandese!

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