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TRIESTE FILM FESTIVAL: Mothers

Scritto da on venerdì, 20 20 Gennaio12No Comment

“Il film è come quei trittici che vedi nelle chiese o nei musei, dove i tre dipinti non sono completi se presi da soli, ma solo quando vengono visti nel loro insieme”

Milcho Manchevski 

Molto saggia, la decisione presa dagli organizzatori del Trieste Film Festival. Per questa 23a edizione apertasi ieri al Teatro Miela, un’edizione che peraltro noi di Romalive seguiremo con particolare dedizione e attenzione, si è infatti deciso di approntare due proiezioni consecutive del film inaugurale: un’opzione quanto mai opportuna, considerando che negli anni passati il pubblico triestino ha dimostrato il proprio affetto e interesse per la manifestazione prendendo letteralmente d’assalto la serata d’apertura. Col risultato che parecchia gente era purtroppo rimasta fuori. L’atmosfera è risultata poi particolarmente elettrica, ieri sera, per via di un ospite il cui ritorno sì è fatto attendere a lungo: Milcho Manchevski, cineasta macedone discontinuo e non molto prolifico, ma capace di colpi di genio assoluti. E come lui stesso ci ha tenuto a rimarcare, intrattenendo brevemente gli spettatori, questa sua nuova apparizione in Italia ha qualcosa di simbolico: difatti fu proprio la Mostra del Cinema di Venezia a consacrarne la bravura. L’allora trentacinquenne talento balcanico, apprezzatissimo in quanto autore di corti e videoclip d’ottima fattura, nel 1994 vinse il Leone d’Oro a Venezia proprio con il lungometraggio d’esordio, Before the Rain (Prima della pioggia), struggente, poetico e ciò nonostante lucido in quel riferirsi alla drammatica situazione dei Balcani con un felice miscuglio di brutalità e dolcezza, pessimismo e speranza. Da allora, c’è da dirlo, Manchevski non si era più ripetuto agli stessi livelli, girando tra l’altro pochissimi film: soltanto nel 2001 aveva saputo concretizzare il suo sogno di un iperbolico western balcanico, quel Dust che ambiva ad attualizzare lo stile immenso di Sam Pechinpah attestandosi però su livelli mediocri, mentre il successivo Shadows (Senki, 2007), che ci è stato descritto come un thriller dalle venature orrorifiche, da noi non è nemmeno arrivato.

Il regista Milcho Manchevski

Con Mothers (Majki, 2010), presentato ieri a Trieste, ci sentiamo invece di dire che il macedone ha dimostrato di avere ancora parecchie frecce al suo arco. Un po’ come nel già citato Before the Rain, vi è una dialettica interna alla pellicola che crea attriti, fenomeni di attrazione e repulsione tra singole storie, singoli personaggi, singoli frammenti che qui danno vita a un’opera forse non del tutto risolta (il carattere ipertrofico del terzo segmento pesa in una maniera magari eccessiva) e comunque carica di fermenti. Ma questa vocazione dialettica si è fatta nel tempo ancora più cruda, amareggiata com’è da una realtà (locale e non) che continua a rivelare aspetti inquietanti, così da sfociare in un cinema persino più concettuale, ed in ciò estremamente maturo. Il trittico di cui si compone Mothers, sfuma, con sottigliezza, i confini tra fiction e documentario, definendo perciò tre momenti dalla cui visione d’insieme (come in analoghe opere di matrice pittorica) scaturisce una comprensione più profonda: alcune ragazzine che vanno al commissariato per denunciare un maniaco esibizionista, ricostruendo però i fatti a modo loro; una troupe televisiva che si accosta in modo cinico e fin troppo disinvolto alla realtà di un remoto villaggio, dove vivono ormai soltanto due anziani, tra loro fratelli, che non si parlano più da 16 anni; la ricostruzione lunga e laboriosa, infine, del caso riguardante tre donne di mezza età uccise da un probabile serial killer. Dall’accostamento di questi tre sguardi, ecco prendere forma il “trittico”. E dalla capitale Skopje ai piccoli centri urbani e alle campagne, il ritratto che Manchevski fa della sua Macedonia, complici quelle intuizioni fotografiche e registiche che regalano ad esempio un palpitante finale, si arricchisce progressivamente di ombre, inquietudini e perplessità.

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