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Under the Hawthorn Tree

Scritto da on giovedì, 5 Maggio 2011No Comment

Il Presidente Mao ebbe la premura di rendere noto al mondo che “la Rivoluzione non è un pranzo di gala”. Per quanto riguarda invece le conseguenze della Rivoluzione Culturale da lui avviata nella Repubblica Popolare Cinese, verso la metà degli anni ’60, è giusto che il dibattito rimanga aperto. Ma nessuno studioso in buona fede potrebbe mai negare che in quel particolare periodo storico si ebbero picchi di notevole drammaticità. E numerose furono le vittime di una violenza che finì per contagiare ampi strati della società cinese, colpendo la popolazione in modo troppo spesso indiscriminato. Proprio per questo si rischia di rimanere perplessi di fronte a un film come Under the Hawthorn Tree, presentato in anteprima nazionale al Far East di Udine. In questo lungometraggio di  Zhang Yimou, maestro del cinema mondiale il cui talento ha subito nel corso degli anni un percorso involutivo, direttamente proporzionale alla sua legittimazione da parte delle autorità cinesi (basti pensare al ruolo ricoperto durante le Olimpiadi di Pechino), non si può nemmeno dire che la Rivoluzione Culturale figuri come un “pranzo di gala”.  Sembra più che altro di assistere a una semplice scampagnata in amene zone rurali. E’ vero, da un lato la sofferta storia d’amore tra due adolescenti messa in scena dal cineasta conserva, nel background dei protagonisti, echi delle privazioni che le rispettive famiglie dovettero subire, in una fase così turbolenta della storia cinese.  Ma nel complesso i toni del racconto appaiono eccessivamente mielosi. Invece di dare respiro alle vite dei personaggi, si insiste con una rivisitazione zuccherosa di quel sentimento, indubbiamente tenero, che unisce i due ragazzi, senza però attenuare gli effetti di un puritanesimo di fondo e di quello sguardo tendenzialmente assolutorio su un ambiente sociale descritto in maniera stereotipata, tutte scelte che nella loro assenza di problematicità rischiano di suonare false. Così come esagerata e fuori luogo appare la melodrammaticità di certe situazioni. Specialmente la malattia del ragazzo, da cui si generano reazioni emotive prive di reale profondità, tese più che altro ad ispessire il pathos di un racconto che vuole risultare strappalacrime a tutti i costi. Dove è finita l’ispirazione genuina di un autore che sapeva costruire melodrammi autentici e giocare con le contraddizioni della Storia, della condizione umana? Dove è finito, per intenderci, il talento sopraffino dell’autore di Lanterne rosse, Keep Cool, Sorgo rosso, La triade di Shangai? E’ rimasto il mestiere, che rifulge ancora in talune scene, ma per il resto sembrerebbe che di fronte alle lusinghe dell’establishment culturale cinese la poetica più sincera di Zhang Yimou si sia inesorabilmente opacizzata. Non resta che sperare in un ruggito di orgoglio, che sappia restituire ai suoi prossimi film la forza e le sfaccettature di un tempo.

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