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Intervista a Sara Sergi

Scritto da on venerdì, 20 Luglio 2012No Comment

Dopo aver parlato su RomaLive di cinema indipendente con due autori dai percorsi differenti ma uguamente validi, personali e costellati di avvincenti scommesse artistiche, quali sono Massimo d’Orzi e Giovanni Bufalini, ci è sembrato naturale allargare il discorso a una giovane produttrice, Sara Sergi, che tra i suoi meriti può vantare anche questo, quantomeno ai nostri occhi: aver collaborato con entrambi. Ma, ad essere del tutto sinceri, la creatività di Sara ci era nota già da prima. Come ad evidenziare una lodevole, genuina curiosità di fondo, abbiamo avuto il piacere di conoscerla in un contesto alquanto diverso, e cioè quei salotti di storytelling della capitale in cui le sue performance di narratrice sono sempre state tra le più apprezzate; per poi vederla nuovamente attiva nella produzione di alcuni corti (più o meno) di genere, dove abbiamo ritrovato in forma aurorale quella passione per gli “indie movies” da lei dichiarata. Non è stata quindi una sorpresa incontrarci di nuovo all’anteprima di un lungometraggio come Sàmara di Massimo D’Orzi, per il quale Sara Sergi si è spesa tantissimo, nelle vesti di produttrice. Dall’interessante confronto nato in quell’occasione, grazie al quale abbiamo scoperto sia la partecipazione a uno degli ultimi videoclip di Giovanni Bufalini che alcune collaborazioni eccellenti, su tutte quella col maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti, è nata l’idea di questa intervista.

Quando è avvenuto l’incontro con Massimo D’orzi e col suo cinema? Come è maturata la decisione di produrre il suo film?

Ho conosciuto Massimo tramite Stefano Chianucci, un comune amico regista con cui avevo già lavorato e che mi ha consigliata a Massimo. Quando ci siamo incontrati lui mi ha raccontato il progetto e ovviamente mi ha fatto leggere la sceneggiatura. In realtà Massimo aveva già girato una parte di Sàmara (che a quel tempo si chiamava “Il Bosco”) in Toscana ma poi il lavoro si era fermato e aveva deciso di riprendere le riprese a Roma.
Ho letto la sceneggiatura, ho chiesto a Massimo di raccontarmi la sua poetica, ho visto Adisa il lavoro precedente di Massimo e mi sono convinta che fosse un bel progetto in cui investire, nonostante tutte le difficoltà che sapevo ci sarebbero state. Il budget era minimo trattandosi di un film indipendente, c’era da metter su il film da zero,  quindi trovare location, troupe e cast. Inoltre io a quel tempo ero giovane e con un’esperienza professionale limitata ma la sfida mi piaceva e la possibilità di essere produttore esecutivo di un lungometraggio era molto allettante. Credo di aver bluffato molto bene, dicendo a Massimo che ero perfettamente in grado di seguire e produrre il suo film, visto che alla fine ha scelto me!

 La realizzazione di “Sàmara” vi ha portato a girare tantissime scene in esterni, sfruttando anche la bellezza di certi ambienti naturali. Puoi parlarci della ricerca delle “location”? Ed effettuare le riprese in luoghi simili quali difficoltà ha comportato?

Sàmara è un film totalmente in esterni. Il fatto stesso che si chiamasse “Il bosco” fa capire tutto. Con Massimo abbiamo cercato le location giuste per mesi, girando tutti i boschi intorno a Roma. Subiaco, il parco di Veio, Calcata, Nemi, la valle dell’Aniene, siamo andati dovunque. Massimo aveva le idee molto chiare sul tipo di natura da cercare e su quale fosse il tipo di bosco per ogni singola scena, motivo per cui non aveva intenzione di ambientare il film in un unico posto. Io , per motivi logistici e organizzativi, cercavo di spingerlo ad accorpare le location ma lui ripeteva sempre che “Il bosco cambia durante il viaggio”.
Le difficoltà sul set poi erano tantissime. Prima di tutto gli spostamenti quotidiani per raggiungere le location. Poi la mancanza di avere dei cover set che ci permettessero di ovviare ad eventuali problemi meteorologici. Il freddo durante le riprese notturne, nonostante girassimo ai primi di giugno e poi il buio. Girando per la maggior parte in parchi naturali, avevamo molti vincoli riguardo l’illuminazione e i rumori, perché non potevamo disturbare gli animali che dormivano. Nonostante queste difficoltà, siamo riusciti a girare tutto grazie ad una fantastica troupe che ha sopportato con noi tutto questo senza lamentarsi, cosa di cui non smetterò mai di ringraziarli.

Come vi siete coordinati tu e Massimo, per le operazioni di casting? C’è qualche aneddoto gustoso a riguardo?

I casting per Sàmara sono stati infiniti. Dovevamo cercare prima di tutto Rosita, la protagonista femminile e Massimo voleva essere sicuro di avere l’attrice giusta per interpretarla. Abbiamo incontrato centinaia di attrici, alcune davvero bravissime e decidere non è stato facile. Anche le tre attrici che interpretano le streghe (Marta Baldassin, Maria Concetta Liotta e Lucia Rossi) avevano inizialmente sostenuto il provino per il ruolo di Rosita e Massimo era stato così colpito da loro che le ha volute comunque nel film anche se in un altro ruolo.
Alcune di queste attrici le abbiamo incontrate molte volte prima che la scelta cadesse su Federica Pulvirenti che a quel tempo era giovanissima e stava ancora frequentando la scuola di recitazione. Su di lei, ho un aneddoto: la prima volta che ha sostenuto il provino, Massimo si è girato verso di me e ha detto “è lei Rosita”. Io ovviamente ero contentissima perché ho sperato che la nostra ricerca più difficile fosse terminata ma Massimo ha voluto incontrarla altre 4 volte prima di scegliere lei! Mi ricordo che, quando l’ho chiamata per comunicarle che la scelta era caduta su di lei, Federica ha urlato per almeno 5 minuti al telefono per la gioia!
Altra scelta difficile è stata quella del bambino Morito. Massimo  aveva già incontrato Denis Beizaku, un bimbo rom di Firenze,  per le riprese di Adisa e lo voleva fortemente. Io non ero d’accordo inizialmente perché per noi, avere Denis, comportava un costo notevole: voleva dire alloggiare lui e uno dei genitori a Roma per la durata delle riprese e, dato il nostro budget, non era la scena produttivamente migliore. Però artisticamente era la scelta giusta e, dopo aver incontrato un po’ di bambini di Roma, alla fine abbiamo deciso di prendere Denis e, rivedendo il film, devo ammettere che Massimo aveva ragione!

Un’altra cosa sui casting: ci tengo ad aggiungere che li abbiamo fatti negli spazi di «Anticaja e Petrella» uno storico locale di Roma, vicino a Campo de Fiori, un rigattiere dove lavoravano ex detenuti e a cui era annesso anche un pub con spettacoli e rassegne. Enzo Pietracci, il proprietario, è morto più o meno un anno dopo e il locale è stato chiuso per sfratto dopo la sua morte e dopo una lunga vicenda giudiziaria che andava avanti da anni.
Per chiunque non conosca il posto e la sua storia segnalo uno dei più significativi tra i link che possono dare un’idea della vicenda, dato che sul web ci sono diversi articoli e video a riguardo: http://archiviostorico.corriere.it/2007/marzo/27/Anticaja_Petrella_minaccia_darsi_fuoco_co_10_070327026.shtml

Come sei entrata nella produzione di un videoclip dalla genesi così particolare, come “The Mistral Blows? E quale è stato il primo impatto col modo di lavorare sul set di Giovanni Bufalini?

Ho conosciuto Giovanni circa un anno fa e abbiamo iniziato a parlare dei rispettivi progetti a cui stavamo lavorando. Lui aveva da poco avuto i primi contatti con gli Hot, la band del videoclip, io stavo lavorando con Sergio Stivaletti al Dracula 3D di Dario Argento e la passione per l’horror e il cinema di genere ci ha avvicinati.
Così, quando mi ha chiamata per occuparmi dell’organizzazione del videoclip,
sono stata davvero felice, anche perché nel frattempo avevo visto un po’ di lavori con la regia di Giovanni e mi piacevano molto. E’ importante collaborare con un regista che si stima professionalmente, rende il lavoro molto più stimolante.
Quello che mi ha colpito di lui è stato il controllo che ha su tutto lo svolgimento del lavoro, sin dalle prime riunioni. I reparti artistici hanno da lui indicazioni molto precise e questo facilita il lavoro di tutti e rende anche il lavoro della produzione più semplice.
Un’altra cosa molto importante è che Giovanni pensa e scrive i suoi lavori tenendo sempre ben presente il budget che si ha a disposizione, cosa che, purtroppo, in pochi fanno, costringendo poi chi si occupa della produzione a fare i salti mortali per far quadrare i conti!  La cosa positiva di questa collaborazione è che io e Giovanni abbiamo un modo di lavorare molto simile, quindi ci siamo trovati subito bene e abbiamo continuato a collaborare anche in progetti successivi.

Quali ricordi hai della giornata in cui si sono svolte le riprese del videoclip?

E’ stata una giornata frenetica! Avevamo la necessità di girare il videoclip in un unico giorno e quindi c’era davvero tanto lavoro da fare e poco tempo.  Ma la macchina organizzativa era perfetta, sono tutti arrivati sul set preparati e non abbiamo perso nemmeno un minuto in tutta la giornata.  Di sicuro mi ricorderò per sempre il freddo di Orvieto. Era il 16 ottobre e faceva freddo come in pieno inverno e nessuno di noi, a parte Giovanni, era preparato!

Puoi raccontarci in breve come sei approdata alla produzione cinematografica e quali sono state le tue precedenti esperienze?

Ho sempre saputo che avrei fatto cinema quindi mi sono laureata in Discipline dello spettacolo e poi ho frequentato un master in Gestione e organizzazione della produzione audiovisiva. Ho avuto la fortuna di avere tra i miei insegnanti Claudio Biondi che è un punto di riferimento fondamentale per chiunque faccia produzione in Italia! Dopo il master ho fatto la mia prima esperienza di set come assistente di produzione su Italian Dream per la regia di Sandro Baldoni lavorando successivamente per una società di comunicazione, con la quale  ho realizzato alcuni spot per le Ferrovie Italiane come direttore di produzione e ho organizzato vari eventi.  Poi però mi sono resa conto che la vita d’ufficio non faceva per me e soprattutto ero in crisi d’astinenza da cinema! Così sono diventata freelance  e ho lavorato a tanti progetti come il corto  Ludos game’s: Mr. Pinky, per la regia di Alessandro Panichi con Fabio De Caro e Marco Liorni,  il corto Il Dicastero di Stefano Chianucci che vinse il Premio Troisi al Festival di Nettuno nel 2009 e, ovviamente, Sàmara.
In seguito, ho collaborato con la Solobuio visual factory per vari videoclip come “Sad almost a winner” degli Spiritual Front  o “It’s Today” dei Dope Stars inc., sono stata per due anni autore radiofonico per il programma di cinema “Vieni avanti Luissino” in onda su Radio Luiss e ho anche avuto la fortuna di lavorare all’organizzazione di alcuni spettacoli teatrali.
Un incontro fondamentale per me è stato quello con il maestro Sergio Stivaletti nel 2008, con cui ho lavorato fino al 2011 occupandomi  inizialmente della produzione di alcuni suoi lavori, come il corto Halloween Party vincitore del Premio Solinas e di cui Sergio era produttore esecutivo, e successivamente della creazione e della gestione del suo corso di effetti speciali, oltre che dell’organizzazione del lavoro del suo laboratorio. Durante questo periodo ho lavorato a tantissimi progetti tra cui il già citato Dracula e Paura 3D dei Manetti bros.
Tra gli ultimi lavori fatti, il videoclip “Welcome to Babylon” dei Toys orchestra per la regia di Marco Missano, in cui ero produttore esecutivo.

 

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