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Hysteria

Scritto da on venerdì, 2 Marzo 2012No Comment

Senza dubbio curioso è l’aneddoto  al centro di questa irriverente commedia, confezionata in modo tale da potersi confondere, almeno in apparenza, con una delle tante pellicole in costume regolarmente prodotte nel Regno Unito. Ma qui c’è dell’altro. L’ambientazione vittoriana e il classico humour inglese, dal tocco come sempre irresistibile, rappresentano in tal caso la cornice naturale destinata a introdurre una innovazione assai gradita al genere femminile e non solo, per quanto non così pubblicizzata nei manuali di Storia: l’invenzione nel 1883 del primo vibratore elettrico, da parte del dottor Joseph Mortimer Granville. Nel film di Tanya Wexler, Hysteria, l ’opera di questo “benefattore” così avanti per i suoi tempi viene messa in diretta contrapposizione col clima più algido, rigido, restio ad evolversi, imperante nelle strutture ospedaliere londinesi. Prende così forma la vicenda romanzata del dottor Granville (Hugh Dancy),il quale, incontrando serie difficoltà nel far accettare i propri metodi dall’ambiente medico tradizionale, troverà comprensione ed ospitalità presso lo studio del più anziano dottor Dalrymple (Jonathan Pryce), che a sua volta, per risolvere i problemi di una fitta clientela femminile, è solito adoperare sistemi ben più eccentrici. Ma l’attempato dottore, pur avendo intuito le ragioni spicce del disagio di molte pazienti, si ostina ad attribuire tali scompensi a quel disturbo psichico di lieve entità, definito “isteria”  dall’approssimativa scienza medica all’epoca in auge. Ed invece il dottorino appena arrivato, dopo aver trovato il coraggio di dissociarsi nelle conclusioni dal suo mentore (le cui due figlie, Emily e Charlotte, esercitano su di lui una differente influenza), porrà con la sua invenzione il sigillo all’idea che siano la sfera del piacere ed eventuali frustrazioni ad essa collegate, in virtù del clima repressivo dell’epoca,  a determinare l’insorgenza di quelli che venivano definiti, superficialmente, “attacchi isterici”.

In questo percorso di formazione il cammino, a tratti titubante, di Joseph Mortimer Granville si intreccia poi con quello dell’amico progressista Edmund St. John-Smythe (uno sfacciato, divertente Rupert Everett) e, soprattutto, con quello della figlia maggiore del dottor Dalrymple, la bella e mai doma suffragetta Chalotte. Ad interpretarla una Maggie Gyllenhal come al solito adorabile e grintosa, il che ci offre lo spunto per isolare quello che è a nostro avviso il vero punto di forza del film: gli attori. Con interpreti così, il potenziale ironico e anti-conformista del plot riesce a filtrare attraverso lo schermo, regalando pertanto qualche scena gustosissima, ben al di là dei limiti di una sceneggiatura a due facce. Nostra impressione è infatti che l’esito finale potesse essere ancora più dissacrante e liberatorio. Intendiamoci, a partire dalle sequenze nello studio medico che vedono i due dottori intenti a curate le pazienti tramite piacevoli stimolazioni, la primissima parte del film riesce a mantenere un tono decisamente brillante. Più ci si avvicina verso l’epilogo, invece, più si afferma l’idea che le proteste verso la società inglese del tempo portate avanti dall’incontenibile suffragetta, al pari del piacere fisico come ricetta per superare determinati problemi, siano argomenti trattati con eccessiva circospezione: in particolare la fase conclusiva del processo, con il carattere libero e spregiudicato di Charlotte “tollerato” più che apertamente elogiato (persino da parte del nuovo spasimante, fino ad allora iper-critico), va avanti col freno a mano tirato. Meno male che, a riconciliare con un lungometraggio ricco comunque di sapidi spunti, giungeranno poi titoli di coda dalla vena particolarmente creativa.

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