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Il richiamo

Scritto da on martedì, 29 Maggio 2012No Comment

La classica occasione mancata. Un’occasione mancata, sia per l’opportunità di sfruttare location eccezionali come Buenos Aires e la regione patagonica sia per l’approccio, invero un po’ zoppicante, a temi piuttosto delicati: tale ci è parso Il richiamo, film di Stefano Pasetto in cui alle ambizioni iniziali non è susseguito, purtroppo, un adeguato sviluppo. Ed è un peccato, perché l’autore aveva precedentemente dimostrato col suo lungometraggio d’esordio, Tartarughe sul dorso (2005), di saper valorizzare proprio le peculiarità dell’ambientazione (nella fattispecie una Trieste ancora poco sfruttata sul grande schermo) ed il rincorrersi di stati d’animo sospesi tra fragilità e insofferenza. Nel nuovo film, tentativo di esplorare sensibilità femminili diverse e non sempre a proprio agio con l’elemento maschile, il gioco non è minimamente riuscito, complici le troppe banalità di cui sono infarciti i dialoghi e l’eccessiva convenzionalità della messa in scena. Due le protagoniste. La borghesotta e insicura Lucia, interpretata peraltro con un certo tatto da Sandra Ceccarelli, posta accanto alla più libera, spigliata Lea, impersonata da una Francesca Inaudi che in passato aveva offerto prove più convincenti. Il loro fortuito incontro, propiziato da quelle lezioni di piano che la prima ha accettato di impartire a Lea, divenuta sua allieva, è destinato ad avere su entrambe un effetto deflagrante, tale da rimettere in discussione le scelte di vita delle due. Dal feeling stabilitosi, seppur con attriti non trascurabili, tra le due donne, scaturirà poi quel viaggio in Patagonia che, oltre a portarle lontano da compagni di vita troppo distratti, le aiuterà a scoprire versanti inediti del proprio carattere. Ciò che poteva essere un moto introspettivo e liberatorio diviene però, per via del registro incerto e dei toni scialbi conferiti al racconto, un noiosissimo dramma borghese in cui le parole e le azioni dei protagonisti conservano sempre una nota falsa, artificiale. Ed alcune bellissime riprese effettuate nella punta meridionale del Sudamerica, per le quali va senz’altro ringraziato il direttore della fotografia Guillermo “Bill” Nieto, non sono sufficienti a riscattare la mediocrità generale di un racconto cinematografico che, nella versione italiana, paga dazio anche al doppiaggio, in grado di svilire ulteriormente la presenza nel cast di qualche affermato attore argentino.

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